Ho ordinato un altro caffè non appena sono arrivato nella sala d’attesa. Il mio torace, pieno d’aria, è di nuovo in preda ai movimenti respiratori violenti – i polmoni, all’orlo di scoppiare, ondulano aggressivamente come le colline toscane, coperti da teloni verdi scuri, che si fossero stravolti da bufere impreviste. Aspetto tranquillamente il volo ritardato, sorseggiando la mia bevanda, ascoltando i suoni riverberanti dell’aeroporto; tutto quando l’amarezza delle gocce marroni, accompagnata da onde di nostalgia, squarciano la mia gola. Il mio filo di pensieri di nuovo mi porta oltre gli aerei parcheggiati nei paraggi, così come i passeggeri che stiano leggendo riviste di banalità oppure chiacchierando rumorosamente. Vedo di nuovo quel giovanotto di diciassette anni. Quel bambino sprovveduto che non vide l’ora di lasciare il suo nido sicuro. Quel cicciotto che all’epoca corse nei guai ma fortemente bocciò l’aiuto dai genitori. Quel ragazzaccio che sognò di diventare un gran medico all’estero.

Abbracciato dal caldo umido quando uscii dall’aeroporto asiatico, salii sul bordo di un autobus subito, sperando di tornare a casa più veloce che possibile. Sebbene il papà provenne da Hong Kong, essendo cresciuto a Milano, non parlai un granché di cantonese all’epoca. Fui talmente colpito da un senso forte di spaesamento insuperabile. Il viavai di passeggeri sul veicolo assai affollato che mi diede le vertigini. Quando misi il mio corpo stanco – quella massa patetica di pelle e muscoli flaccidi – su un poltrone nei pressi dei miei bagagli, un uomo di circa sessant’anni mi accostò, rivendicando la ‘sua’ sedia. Egli imprecò spietatamente verso di me – un intreccio di parole che uscirono dalla sua bocca, senz’altro un mitragliatrice letale. Mi sentii minacciato. Ci lasciai in silenzio, il mio mal di testa s’esacerbò con ogni secondo passato. Trovai un’altra area in cui potei rimanere in pace e nascondere il mio viso allora arrossito da un miscuglio di orrore e vergogna. Mi mancò quel Libraccio opposto il mio appartamento.
Mi sentii rigettato dalla comunità come un trapianto fallito sin dall’inizio. A causa dei problemi linguistici, la difficoltà in comunicazione – anche in scuola – persistette. Non incrociai nessuno con chi condividi più di una frase per i primi tre mesi. Vi furono istanti quando udii commenti mirati alla mia estraneità (tratta il colore della mia pelle, comportamenti, ecc.), fatti da quelli che non furono consapevole che fui nei pressi (o peggiore, non se ne fregò). Le gocce tossiche di realtà, scivolarono intorno il mio cuore lentamente, alla stregua di rugiade su una foglia indebolita non appena l’alba insorge. Corrosero la mia determinazione; azzannarono la mia sanità mentale brutalmente senza tregua. Mi mancò il cornetto al miele a colazione ogni mattino.
In università, feci finta di aver tutto sotto controllo. Ciò nondimeno, secondo il mio papà e nonno, i ragazzi non piangono. Io dovessi recitare tutti diagnosi differenziali e sorprendere i miei coetanei con la mia sagacità. Io dovessi diventare un buon medico. Quando tornai a casa, mi nascosi nella mia stanza, circondato da volumi spessi. Piansi finché non mi addormentai. Non potei trattenere più quel senso forte di nostalgia che tolse il mio fiato. Mi mancò la casa.
<Perché ho fatto quella decisione? Tutti mi odiano. Non parlo la lingua locale. I miei sono corretti. Sono un fallito. Non posso neanche sopravvivere senza loro.> Sentii che io gridai a squarciagola. Fu un momento straziante perché mi smisi subito quando venne nella mia mente la voce del mio padre: <Abbozzala! Tu sei una disgrazia!>
Come meccanismi correttivi, senza accorgendomene, comprai parecchi libri di medicina in italiano, spediti proprio da Roma. Ascoltai incessantemente i nuovi brani di Tiziano Ferro, Laura Pausini, nonché Il Volo. Nel frattempo, mi sforzai di studiare fino all’alba, reprimendo le mie emozioni. Ebbi racimolato ogni goccia d’energia dentro di trattenere le mie lacrime. La mia arroganza mi trattenne da fare nemmeno una chiacchierata brevissima coi miei genitori. Secondo me all’epoca, dovessi mostrargli i frutti buoni che risultassero dalla mia decisione, mai le sfide che incontrai, nonostante il livello di dolore che sperimentai allora. Allo stesso tempo, qualcosa cambiò dentro di me. Cosicché i miei potessero essere fieri di me, dovessi laurearmi. E questo mi richiese di fare concessioni.
Mi resi conto della significanza bruciante della padronanza della lingua locale. Sebbene l’inglese è una delle due lingue ufficiali lì, il cantonese è la madrelingua della stragrande maggioranza del popolo. Siccome la pratica di medicina è intrinsecamente legata a comunicazione con pazienti, una competenza alta della lingua non si può mancare. Purtroppo, la sua tonalità mi sfugge anche adesso. Essa significa che il significato del carattere cambi col tono in cui è pronunciato. A quanto pare, all’inizio, la mia esistenza fu spiccata per causa delle figuracce linguistiche che feci ogni giorno.
Vi fu una volta in cui uno sbaglio di tono mettesse il mio futuro in pericolo. Un taccuino tenuto fortemente in mano, feci i round nel reparto, verificando lo status di tutti pazienti. Tutti studenti di medicina sanno che imparare da pazienti sia un elemento talmente vitale che nessuno debba scordare. Approcciai un paziente che ebbe bisogno del mio aiuto. Ci riguardò il suo flebo (di non parlare al gergo). Tuttavia, pronunciai il primo carattere cinese del termine nel modo sbagliato, sicché qualche stupidaggine come ‘vai fottere la soluzione salina’ scivolò dalla mia bocca con facilità.
Ciò nondimeno, come il ragazzo coraggioso che mi credetti di essere, avanzai senza sosta. Girando una nuova pagina nel libro, come gli inglesi dicono. Devi uccidere la persona che ti volevano far essere, se vuoi diventare chi vuoi essere davvero, come si dice in Rocketman. Pian piano, uscii coi ragazzi locali, facendo giro intorno la città durante le ferie. Posti come Lan Kwai Fong, Causeway Bay, e TST diventarono il mio nascondiglio da problemi miei. Imparai tante parole ed espressioni cantonesi che non ebbi mai sentito primo. Pubblicai i miei aggiornamenti completamente in cantonese su piattaforme sociali frequentate dai locali. Da un meccanismo per sopravvivere, a un modo di vivere. All’epoca, non seppi che io stessi uccidendo la mia anima pian piano.
Così via un decennio. Diventato un medico, guadagnando molto più che avessi avuto in Italia…magari mi potei chiamare un vincitore. Benché, per ragioni sconosciute, non fui felice affatto. Anche ogni tanto sono tornato in Italia, visitando la mia famiglia ed i miei amici cari fin dall’infanzia, non sento più una parte della loro comunità. Sento staccato, dissociato, dismembrato. Ma perché?
Non ebbi più un’identità. Mi sentii completamente sradicato. Primo di partire per l’Asia, giurai che non cambiassi mai. Tutt’a un tratto, ricordai quella scena in How I Met Your Mother. Per sempre, Robin (uno dei protagonisti nella serie) le parve di essere canadese cento per cento. Anche lei giurò che niente cambiasse quando partì per gli Stati Uniti in ricerca di opportunità professionali. Tuttavia, una faccenda legale succedette, affinché lei fu costretta di affrontare il tema d’identità: dovesse abbandonare la propria cittadinanza canadese e acquistare un passaporto americano? Poi, scoprì durante una gita a Toronto che, fino in fondo, dopo cinque anni di permanenza a New York, cambiò così troppo che invece da essendo puramente canadese, diventò entrambi canadese ed americana. Come lei, giurai fortemente che recandosi in Asia non facessi alcun differenza mai. Feci quella decisione semplicemente poiché volli una vita fatta da me stesso. Volli scappare dall’ombra da genitori miei. Non seguissi mai le loro orme professionali. Eppure, allora confrontai un dilemma – sì, dovetti integrarmi e far parte utile della comunità che vissi. D’altro canto, facendolo mi esponesse al rischio di perdere, magari per sempre, me stesso. I legami che tengo col Paese dov’ero nato e cresciuto. Non è affatto difficile da immaginare, anzi è un fenomeno piuttosto più comune che abbiamo pensato, che immigrati vecchi facilmente perdano la propria madrelingua, dopo averla trascurato per tanti anni.
Vi racconto questa storia poiché, specialmente recentemente, abbia visto monti di italiani che scelgano di vivere all’estero, soprattutto a Londra, a causa della facilità di tornare in Italia spesso di visitare famiglia e le opportunità impeccabili di imparare l’inglese, la cosiddetta ‘lingua franca’. Primo di partenza, non di rado si sentono dichiarazioni grandiose come quelle che anch’io ebbi fatto: comincerei il nuovo capitolo della mia vita a Londra! Creerò un buon futuro per me stesso e guadagnerò molto di più nei confronti di miei coetanei in Italia! La prontezza di scolpire per sé una mentalità internazionale, più solito che mai, va drasticamente ridotta quando l’aereo finalmente lascia l’aerospazio italiano, via con sé gli orizzonti privi di nubi. La nostalgia spesso ci presenterebbe, come accennata sopra, in episodi. Quel peso schiacciante messo sul cuor nostro. Quel desiderio urgente, emettendo un bagliore talmente accecante, di tornare a casa, la normalità. Seguiti da un forte senso di abnegazione, e i tentativi correttivi d’integrarsi nella comunità scorrevolmente. Ciò nondimeno, fino in fondo, come me, arriverebbe un momento in cui vi chiedete voi stessi: chi sono io? Vi si slaccia una crisi d’identità così paralizzante che non riuscireste di respirare. Non vi aiuta il fatto che, anche se faceste tante gite in Italia nei primi anni, primo o poi, sentireste quella distanza fra noi ed il nostro Paese. Con amici italiani, i temi tratta il nostro Paese adottato, come la Regina e il Gregg’s, non ne incuriosiscono affatto. Come se vi fossi un buco nella comunicazione ivi, una distanza inevitabile che si allargasse, pur quando parliamo in italiano.
Perciò ci siamo intrappolati a mezza via – parlando inglese ancora con un accento straniero leggero, nonché sopportando l’Italia durante la Coppa del Mondo, quindi non si può considerare inglesi; d’altro canto, non si può considerare completamente italiano perché ci siamo esposti a un altro mondo, pieno di meraviglia, che non possiamo tornare indietro. Come si fa in questa situazione? Forse la solitudine è il prezzo da pagare per un’esperienza multiculturale? La mia risposta è assolutamente no. Ci servono, nel luogo di bevande alcoliche che magari ci rallegrerebbero un poco, altri cittadini del mondo che abbiano ‘visto’ quella luce meravigliosa che ci abbia colpita. Qualcosa che io concordi un parecchio con Stefano Tiozzo, un dentista-fotografo che decideva di scoprire il nostro pianeta bellissimo. Soprattutto, abbiamo bisogno di un posto per conoscerne e fare amicizie.
Io lavoro adesso a London Waterloo Academy, un’accademia che fornisca corsi di inglese squisiti e sfoggi orgogliosamente la sua internazionalità. Una schiera dei miei colleghi provengano, per esempio, da Europa orientale. I miei alunni provengano da, inter alia, Spagna, Turchia, Francia, Messico, ecc. La mistura di culture è sorprendente. Inoltre, ciascuno di loro hanno delle storie ben diverse. Alcuni lasciavano l’Ucraina durante la guerra attuale e decidevano di cominciare da capo qui, godendo la bellezza del capitale britannico; alcuni sono studenti universitari che vorrebbero trascorrere la propria vacanza a Londra di imparare l’inglese; alcuni hanno già accettato le loro offerte di studiare corsi di Master altrove in Inghilterra; alcuni hanno vissuto in Inghilterra per tanti anni e desiderano di rinforzare la propria conoscenza dell’inglese, cosicché potrebbero avanzare sul proprio percorso professionale…Oltre le aule interattive che vi insegnino trucchi di afferrare concetti linguistici e comunicare coi locali più migliori, vi dà l’opportunità di conoscere altri personaggi formidabili. Apprezzando la bellezza d’umanità, scambiando battute divertenti…Tutto questo accelererà la vostra integrazione nella comunità londinese, nonché vi aiuterà di far parte di una comunità internazionale che vi sentirete a casa.
Attraverso le vicissitudini della mia vita, ho imparato una cosa assai importante: nella vita di ciascuno di noi, ci serve qualcuno che ci intenda. Qualcuno che intenda la melodia multiculturale dentro di noi. Proprio questo fa una parte cruciale di ciò che London Waterloo Academy possa offrirvi.
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